Il futuro della Sardegna non può essere solo l’ospitalità

Ignazio Caruso
3 min readAug 31, 2021

Un anno fa, durante la prima estate post-covid, da editorialista illuso, finanche ingenuo, quale sono, scrivevo dei rischi che la monocoltura del turismo comporta in tempi di pandemia, ma non solo. Certo, mai ho creduto che le mie parole servissero a qualcosa, ma nutrivo comunque la speranza che l’esperienza di questi anni potesse in qualche modo suggerire agli abitanti della Sardegna, se non di ripensare in toto il futuro dell’isola, quantomeno di rivedere le proprie convinzioni; e invece.

Ecco il fioccare ordinanze per ulteriori concessioni del suolo pubblico, il fiorire di b&b e agriturismo, il lievitare dei prezzi, delle spiagge a numero chiuso “esclusive” (dal latino excludĕre, “chiudere fuori”: ma chi? il residente plebeo?) e insomma il diffondersi di tutte quelle pratiche e attività afferenti al settore del turismo (di massa). Così, come il giocatore di carte che, prosciugato di ogni soldo, mette sul piatto la propria casa, la Sardegna ha deciso di rilanciare, raddoppiare la posta, giocarsi tutto nell’estate 2021. Il futuro dell’isola è quello dell’ospitalità, non può essere che questo, e non esiste una visione alternativa.

Sia chiaro: non è questa una filippica anti-turismo. Esiste però una soglia superata la quale non sono più i turisti e usufruire dei servizi pensati per i residenti, come è naturale che sia, ma il contrario: in sostanza, le nostre città, i nostri paesi, non esistono più per sé stessi, ma in funzione dei turisti. Il superamento di questo confine ha conseguenze spesso irreversibili non solo nell’economia, ma anche nella cultura e nel tessuto sociale di un luogo. Scompare così la bottega artigiana per far posto al ristorante, l’oleificio per far posto all’affittacamere, e così via. Ma non solo: nelle città costiere, il mercato delle seconde case e dei b&b (per non parlare dei “si affitta settembre-maggio) altera i prezzi degli immobili, rendendo così più arduo l’acquisto di una casa da parte dei residenti; lo stesso avviene per la maggioranza dei beni di consumo. Non è un caso se, visti gli ultimi dati, nell’isola si attenua sempre di più l’effetto ciambella, ovvero lo spopolamento delle zone interne a favore di quelle costiere: anche le città di mare (salvo rarissime eccezioni) vivono un deficit demografico dovuto al calo delle nascite e all’emigrazione.

Immaginiamo, per un attimo, di avere vent’anni (che fatica!) e di vivere in Sardegna e di essere così folli da volerci anche restare: quali sono le alternative occupazionali al settore ricettivo? Poche, pochissime. Eppure nel resto del mondo è in atto una rivoluzione del mercato del lavoro, con le maggiori aziende del software pronte a “liberare” i propri dipendenti verso lo smart working, declinabile, dal nostro punto di vista, in south working: non sono, e non saranno rari i casi di professionisti del settore che sceglieranno luoghi come la Sardegna per stabilirsi e lavorare, con tutte le ricadute positive che questo fenomeno potrebbe avere per i territori (e per le prospettive dei giovani).

Idee come questa, peraltro neanche tanto originali, sono però del tutto aliene alla classe dirigente sarda, che invece prefigura una Sardegna distopica in cui i camerieri servono ai tavoli vestiti da mamuthones. Eppure chissà, magari un giorno succederà, in visita presso un’azienda dell’isola, di sentire questa frase: «Un tempo questo era un bed & breakfast: l’abbiamo ristrutturato e ora facciamo app development.» Ed ecco di nuovo l’editorialista illuso di cui sopra.

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Ignazio Caruso

Nato a Catania, vivo ad Alghero. Adeu (Giulio Perrone Editore) è il mio primo romanzo.